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Denti fissi su impianti a Pescara
Soluzioni per la riabilitazione fissa dell’arcata, valutate in base alla diagnosi e alle condizioni del singolo paziente.
Con l’esperienza clinica e scientifica del Dott. Paolo Trisi DDS, PhD.
Approfondimenti su impianti dentali e denti fissi


01
L'Impianto Dentale
Dopo la perdita di uno o più denti, l’osso alveolare può andare incontro nel tempo a un processo di rimodellamento e riduzione del volume.
Un impianto dentale è un dispositivo, generalmente in titanio, inserito nell’osso con lo scopo di sostenere una protesi fissa o removibile. La possibilità di utilizzarlo dipende da diversi fattori: quantità e qualità dell’osso disponibile, anatomia della zona, condizioni dei tessuti, salute orale e stato generale del paziente.
In alcune situazioni il volume osseo può essere insufficiente per una corretta pianificazione implantare. In questi casi, dopo una valutazione clinica e radiologica, possono essere considerate procedure di rigenerazione o innesto osseo. Non tutti i pazienti, però, necessitano di tecniche aggiuntive: il trattamento viene definito in base alle caratteristiche individuali e al progetto protesico finale.
Nelle riabilitazioni con denti fissi, la posizione e il numero degli impianti non vengono scelti in modo standard, ma in funzione della distribuzione delle forze, dell’osso disponibile e della soluzione protesica programmata.
02
Le superfici implantari e l'osteointegrazione.
L’osteointegrazione è il processo biologico attraverso il quale l’osso entra in stretto contatto con la superficie dell’impianto e contribuisce alla sua stabilità nel tempo. La maggior parte degli impianti dentali è realizzata in titanio o in leghe di titanio, materiali ampiamente utilizzati in implantologia per le loro caratteristiche di biocompatibilità.
La superficie di un impianto non è necessariamente liscia. Nel corso degli anni la ricerca scientifica ha studiato differenti caratteristiche superficiali, come rugosità, microtopografia e trattamenti chimici o fisici, per comprendere in che modo possano influenzare l’interazione tra osso e impianto durante le diverse fasi della guarigione.
Uno dei parametri utilizzati nella ricerca istologica è il Bone-to-Implant Contact (BIC), cioè la percentuale di superficie implantare che, nelle sezioni istologiche analizzate, risulta direttamente a contatto con il tessuto osseo. Questo tipo di valutazione ha permesso di confrontare differenti superfici implantari e di studiarne il comportamento biologico nell’uomo. Studi condotti da Paolo Trisi e collaboratori hanno confrontato, tra le altre, superfici macchinate, microtesturizzate, mordenzate con acidi e superfici modificate su scala nanometrica.
Le caratteristiche della superficie possono contribuire alla risposta biologica dell’osso, ma non determinano da sole il risultato clinico. Qualità e quantità dell’osso disponibile, stabilità primaria dell’impianto, tecnica chirurgica, corretta progettazione protesica, condizioni generali del paziente, igiene orale e mantenimento nel tempo sono tutti elementi che concorrono al risultato del trattamento.
Per questo motivo non è corretto considerare una determinata superficie implantare come automaticamente “migliore” in ogni situazione. La scelta dell’impianto e del protocollo chirurgico deve essere inserita in una pianificazione complessiva, che parte dalla diagnosi e dal progetto protesico del singolo paziente.
La ricerca di Paolo Trisi sulle superfici implantari
Lo studio dell’interazione tra superficie implantare e tessuto osseo rappresenta una delle aree di ricerca a cui il Dott. Paolo Trisi DDS, PhD ha dedicato parte della propria attività scientifica.
Attraverso studi istologici e istomorfometrici condotti anche su campioni umani, Paolo Trisi e collaboratori hanno analizzato il contatto osso-impianto e la formazione di nuovo osso in relazione a differenti caratteristiche superficiali. Alcuni di questi lavori hanno confrontato direttamente superfici diverse nello stesso contesto biologico, permettendo di osservare differenze nella risposta ossea senza attribuire il risultato clinico a un singolo fattore.
Altri studi hanno valutato superfici implantari in osso rigenerato del seno mascellare, confrontato più tipologie di superficie dopo il carico e studiato modificazioni superficiali su scala nanometrica. I risultati contribuiscono alla comprensione dei meccanismi di osteointegrazione, ma devono essere interpretati nel contesto delle caratteristiche e dei limiti di ciascuno studio.
Riferimenti bibliografici selezionati
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Trisi P, Lazzara R, Rao W, Rebaudi A. Bone-implant contact and bone quality: evaluation of expected and actual bone contact on machined and Osseotite implant surfaces. Int J Periodontics Restorative Dent. 2002;22(6):535–545. PMID: 12516825.
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Trisi P, Lazzara R, Rebaudi A, Rao W, Testori T, Porter SS. Bone-implant contact on machined and dual acid-etched surfaces after 2 months of healing in the human maxilla. J Periodontol. 2003;74(7):945–956. DOI: 10.1902/jop.2003.74.7.945. PMID: 12931756.
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Trisi P, Marcato C, Todisco M. Bone-to-implant apposition with machined and MTX microtextured implant surfaces in human sinus grafts. Int J Periodontics Restorative Dent. 2003;23(5):427–437. PMID: 14620117.
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03
Cenni Storici
Il tentativo di sostituire i denti mancanti con elementi inseriti nei tessuti della bocca ha una storia molto antica. Nel corso dei secoli sono stati sperimentati materiali e soluzioni molto diversi, ma l’implantologia moderna ha iniziato a svilupparsi soprattutto nel Novecento, grazie ai progressi nella chirurgia, nei biomateriali e nella comprensione dei processi di guarigione dell’osso.
Una svolta fondamentale è arrivata con gli studi sul titanio e sull’osteointegrazione. A partire dagli anni Sessanta, il gruppo di ricerca guidato dal professor Per-Ingvar Brånemark documentò la possibilità di ottenere un contatto stabile e diretto tra osso vitale e impianti in titanio. Questi studi contribuirono a porre le basi scientifiche dell’implantologia osteointegrata moderna.
Nel 1981 vennero pubblicati importanti risultati di follow-up su pazienti edentuli trattati con impianti osteointegrati, mostrando come il concetto potesse essere applicato clinicamente e studiato nel lungo periodo.
Da allora l’implantologia ha continuato a evolversi. La ricerca si è concentrata non soltanto sulla forma degli impianti, ma anche sulle superfici implantari, sulla stabilità primaria, sulla biologia ossea, sulla distribuzione biomeccanica dei carichi e sulla progettazione delle protesi.
Lo sviluppo delle tecniche diagnostiche e radiologiche ha inoltre reso possibile una pianificazione sempre più accurata. Oggi la scelta del numero, della posizione e delle caratteristiche degli impianti viene effettuata sulla base dell’anatomia del paziente, della qualità e quantità dell’osso disponibile e soprattutto del progetto protesico finale.
L’evoluzione dell’implantologia non significa però che esista una tecnica universale adatta a tutti. Le conoscenze accumulate nel corso di decenni hanno piuttosto permesso di sviluppare diverse strategie terapeutiche, da scegliere in funzione della diagnosi e delle caratteristiche del singolo caso.
Riferimenti bibliografici essenziali
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Brånemark PI, Adell R, Breine U, Hansson BO, Lindström J, Ohlsson A. Intra-osseous anchorage of dental prostheses. I. Experimental studies. Scand J Plast Reconstr Surg. 1969;3(2):81–100. DOI: 10.3109/02844316909036699.
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Adell R, Lekholm U, Rockler B, Brånemark PI. A 15-year study of osseointegrated implants in the treatment of the edentulous jaw. Int J Oral Surg. 1981;10(6):387–416. DOI: 10.1016/S0300-9785(81)80077-4.
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04
Qual è la procedura?
Il percorso per ottenere denti fissi su impianti non è identico per tutti. Numero e posizione degli impianti, tempi di guarigione, eventuale utilizzo di una protesi provvisoria e scelta del tipo di riabilitazione dipendono dalla diagnosi e dalle condizioni cliniche del singolo paziente.
La procedura viene quindi pianificata partendo dal risultato protesico che si vuole ottenere, e non semplicemente dalla necessità di “inserire degli impianti”.
1. Visita, diagnosi e raccolta dei dati
La prima fase comprende la valutazione clinica della bocca, dei denti eventualmente ancora presenti, delle gengive, dell’occlusione e delle condizioni generali del paziente.
Quando indicato, gli esami radiologici — come radiografie endorali, panoramica o CBCT — permettono di studiare tridimensionalmente quantità e distribuzione dell’osso e i rapporti con strutture anatomiche importanti.
In questa fase vengono valutati anche fattori come igiene orale, abitudine al fumo, eventuali patologie sistemiche e terapie farmacologiche che possono influenzare la pianificazione.
2. Progettazione della riabilitazione protesica
Prima dell’intervento viene definito il tipo di denti che dovranno essere realizzati e il modo in cui dovranno inserirsi nell’occlusione e nell’estetica del paziente.
Solo successivamente si stabiliscono numero, posizione, inclinazione e caratteristiche degli impianti necessari per sostenere la protesi prevista.
In una riabilitazione completa dell’arcata possono essere valutate configurazioni differenti — per esempio quattro, sei o un diverso numero di impianti — in funzione dell’anatomia, dell’osso disponibile, della biomeccanica e del progetto protesico.
Non esiste quindi un numero di impianti corretto per tutti i pazienti.
3. Inserimento degli impianti
Gli impianti vengono generalmente inseriti con una procedura chirurgica eseguita in anestesia locale.
Durante l’intervento vengono preparati i siti implantari e gli impianti vengono posizionati secondo la pianificazione effettuata.
La durata dell’intervento dipende dal numero di impianti, dalla complessità anatomica e dall’eventuale necessità di eseguire procedure aggiuntive.
Dopo l’intervento possono comparire gonfiore, indolenzimento o altri disturbi postoperatori, la cui intensità e durata possono variare da persona a persona.
4. Stabilità primaria e possibilità di carico immediato
Al momento dell’inserimento viene valutata la stabilità primaria dell’impianto, cioè la stabilità meccanica ottenuta nell’osso durante la chirurgia.
Quando la stabilità degli impianti, la distribuzione delle forze e le condizioni cliniche sono adeguate, può essere possibile applicare una protesi provvisoria fissa in tempi molto brevi.
Questa modalità viene comunemente definita carico immediato.
Il carico immediato, tuttavia, non rappresenta una procedura automaticamente applicabile a tutti i pazienti. La decisione viene presa sulla base delle condizioni riscontrate durante la pianificazione e l’intervento.
5. Osteointegrazione e guarigione
Dopo il posizionamento inizia il processo biologico di osteointegrazione, durante il quale l’osso si organizza e matura in rapporto alla superficie dell’impianto.
I tempi di guarigione possono variare in relazione alla qualità dell’osso, al tipo di intervento, alla stabilità iniziale degli impianti e alle caratteristiche individuali del paziente.
Anche quando è presente una protesi provvisoria fissa, gli impianti continuano quindi il loro processo biologico di guarigione.
6. Protesi definitiva
Una volta completate le fasi biologiche e verificata la stabilità della riabilitazione, può essere realizzata la protesi definitiva.
Forma, materiali, estetica e caratteristiche occlusali vengono progettati in funzione delle esigenze del paziente e della distribuzione biomeccanica delle forze sugli impianti.
La protesi deve permettere non soltanto di recuperare funzione ed estetica, ma anche di essere correttamente controllata e mantenuta nel tempo.
7. Controlli e mantenimento
La conclusione della terapia protesica non coincide con la fine del trattamento implantare.
Gli impianti e i tessuti che li circondano richiedono igiene quotidiana, controlli periodici e sedute di mantenimento professionale.
Il monitoraggio nel tempo permette di controllare la salute dei tessuti peri-implantari, l’occlusione e l’integrità della protesi, e di individuare precocemente eventuali problemi.
In sintesi
Il percorso per ottenere denti fissi su impianti può comprendere:
diagnosi → progettazione protesica → inserimento degli impianti → eventuale protesi provvisoria → osteointegrazione → protesi definitiva → mantenimento
I tempi e le modalità di ciascuna fase vengono però stabiliti individualmente. Per questo la diagnosi e la pianificazione rappresentano una parte fondamentale del trattamento.




05
Durata del lavoro e numero di appuntamenti
Nel caso di applicazione ritardata dei denti, il periodo di attesa può variare da 2 a 6 mesi, mentre nel caso di carico immediato il periodo di attesa dipende dal tempo di lavorazione del laboratorio odontotecnico, che può variare da alcune ore ad alcuni giorni.
Anche il numero di sedute varia da 3 a 6 circa.
Le cose si complicano in caso di scarsità di osso e di necessità di ricorrere agli innesti ossei. In questi casi, oltre ai tempi di guarigione degli impianti, occorre aggiungere i tempi di maturazione degli innesti.
La durata di un trattamento implantare e il numero di appuntamenti necessari non sono uguali per tutti i pazienti.
Il percorso dipende dal numero di denti da sostituire, dalla quantità e qualità dell’osso disponibile, dal numero di impianti, dalla necessità di estrazioni o procedure rigenerative, dal tipo di protesi prevista e dai tempi biologici di guarigione.
Per questo motivo è possibile definire con precisione il programma del trattamento solo dopo la visita diagnostica e la pianificazione.
La fase diagnostica
Prima dell’intervento possono essere necessari uno o più appuntamenti per:
-
visita clinica;
-
esami radiologici;
-
fotografie e scansioni digitali;
-
valutazione dell’occlusione;
-
progettazione della futura protesi.
Nei casi più complessi questa fase è particolarmente importante, perché permette di pianificare la posizione degli impianti in funzione del risultato protesico finale.
L’intervento chirurgico
L’inserimento degli impianti viene generalmente effettuato in un unico appuntamento chirurgico per la zona programmata.
La durata dell’intervento varia in relazione alla complessità del caso. L’inserimento di un singolo impianto e una riabilitazione completa dell’arcata rappresentano, naturalmente, procedure molto diverse.
Anche la presenza di estrazioni, rigenerazione ossea o altre procedure associate può modificare i tempi dell’intervento.
Quando si possono avere denti fissi subito?
In alcuni pazienti è possibile applicare una protesi provvisoria fissa in tempi molto brevi dopo l’inserimento degli impianti.
Questa procedura viene definita carico immediato.
La possibilità di utilizzarla dipende però dalla stabilità degli impianti, dalla loro distribuzione, dalla qualità dell’osso e dalle condizioni cliniche complessive. Non deve quindi essere considerata una soluzione automaticamente applicabile a tutti.
Quando il carico immediato non è indicato, può essere necessario attendere una fase di guarigione prima di collegare la protesi agli impianti.
I tempi dell’osteointegrazione
Dopo l’inserimento degli impianti inizia il processo di osteointegrazione.
La guarigione biologica richiede tempo e può variare da paziente a paziente e da una zona anatomica all’altra.
Durante questa fase possono essere programmati controlli per verificare l’andamento della guarigione, le condizioni dei tessuti e, quando presente, il corretto funzionamento della protesi provvisoria.
È importante distinguere quindi tra tempo necessario per avere una protesi provvisoria e tempo biologico necessario alla maturazione dell’osteointegrazione: non sono necessariamente la stessa cosa.
Dalla protesi provvisoria alla protesi definitiva
Nelle riabilitazioni complesse la protesi provvisoria può avere anche una funzione diagnostica.
Durante il periodo di utilizzo è possibile verificare estetica, fonetica, funzione, comfort e distribuzione dei carichi prima di realizzare la protesi definitiva.
Per questo motivo non sempre ridurre al minimo il numero di appuntamenti rappresenta un vantaggio: alcune fasi servono a controllare e perfezionare il risultato.
Quanti appuntamenti sono necessari?
Non esiste un numero standard valido per tutti.
Un trattamento può comprendere appuntamenti dedicati a:
diagnosi → chirurgia → controlli postoperatori → eventuale protesi provvisoria → verifiche durante la guarigione → impronte o scansioni → prove protesiche → consegna della protesi definitiva → controlli periodici
Nei casi più semplici il percorso può essere relativamente breve; nelle riabilitazioni complesse può richiedere più fasi.
Tempi rapidi sì, ma quando indicati
Le moderne procedure implantari permettono in alcuni casi di ridurre il numero di interventi e i tempi necessari per ottenere una riabilitazione fissa.
L’obiettivo, tuttavia, non dovrebbe essere ottenere il trattamento più veloce possibile, ma scegliere i tempi più appropriati per le condizioni biologiche e biomeccaniche del singolo paziente.
La velocità del trattamento non deve sostituire una corretta diagnosi, la stabilità degli impianti e un’adeguata pianificazione protesica.
06
Come Funziona l’Impianto Dentale a Carico Immediato e perché non si devono attendere 6 mesi?

Il carico immediato è una modalità di trattamento in cui una protesi viene collegata agli impianti in un intervallo molto breve dopo il loro inserimento.
In alcuni casi questo permette al paziente di evitare un periodo prolungato senza denti o con una protesi mobile. Tuttavia, il carico immediato non è indicato automaticamente per tutti i pazienti e deve essere valutato in relazione alla stabilità degli impianti, alla qualità dell’osso, alla distribuzione delle forze e al progetto protesico.
Carico immediato non significa guarigione immediata
È importante distinguere due concetti.
Quando viene applicata una protesi fissa poco dopo l’intervento, l’impianto non è ancora biologicamente osteointegrato.
Nelle prime fasi la sua stabilità dipende soprattutto dalla cosiddetta stabilità primaria, cioè dall’ancoraggio meccanico ottenuto nell’osso al momento dell’inserimento.
Successivamente inizia il processo biologico di osteointegrazione, durante il quale l’osso si rimodella e stabilisce progressivamente il contatto con la superficie implantare.
Per questo motivo avere “denti fissi subito” non significa che il processo di guarigione sia già completato.
Quali condizioni devono essere presenti?
La possibilità di eseguire un carico immediato viene valutata considerando diversi fattori, tra cui:
-
stabilità primaria degli impianti;
-
qualità e quantità dell’osso;
-
numero e distribuzione degli impianti;
-
posizione degli impianti nell’arcata;
-
tipo di riabilitazione protesica;
-
controllo dei carichi durante la funzione;
-
condizioni dei tessuti;
-
capacità del paziente di rispettare le indicazioni postoperatorie.
Nelle riabilitazioni complete dell’arcata è particolarmente importante che gli impianti siano distribuiti in modo da consentire una corretta gestione biomeccanica delle forze.
La protesi immediata è generalmente provvisoria
Nelle riabilitazioni complesse, la protesi applicata nella prima fase è spesso una protesi provvisoria.
Il suo scopo non è soltanto estetico. Può permettere di recuperare funzione e fonetica e, contemporaneamente, di verificare alcuni aspetti della riabilitazione durante il periodo di guarigione.
La protesi provvisoria viene progettata cercando di limitare sollecitazioni non appropriate sugli impianti nelle prime fasi.
Dopo il periodo di guarigione e dopo le opportune verifiche cliniche può essere programmata la realizzazione della protesi definitiva.
Carico immediato e impianto immediato non sono la stessa cosa
Questi due termini vengono spesso confusi.
Impianto immediato significa che l’impianto viene inserito nella sede di un dente appena estratto.
Carico immediato significa invece che all’impianto o agli impianti viene collegata una protesi in tempi molto brevi dopo l’intervento.
Le due procedure possono essere utilizzate insieme in alcuni casi, ma non sono sinonimi e ciascuna richiede una valutazione specifica.
Carico immediato nell’arcata completa
Quando devono essere sostituiti tutti o molti denti di un’arcata, può essere possibile collegare gli impianti tra loro mediante una protesi fissa provvisoria.
Il collegamento protesico può contribuire alla distribuzione delle forze tra più impianti, ma la possibilità di utilizzare questa strategia dipende dalla pianificazione biomeccanica e dalla stabilità ottenuta durante l’intervento.
Anche in questo caso non esiste una configurazione valida per tutti.
A seconda dell’anatomia, dell’osso disponibile e del progetto protesico possono essere valutate soluzioni con quattro, sei o un diverso numero di impianti.
Cosa succede dopo l’intervento?
Durante il periodo iniziale di guarigione il paziente deve seguire le indicazioni ricevute dal medico.
Possono essere consigliate modifiche temporanee dell’alimentazione e particolari attenzioni nell’igiene orale, in modo da limitare sollecitazioni e mantenere puliti i tessuti durante la guarigione.
Sono inoltre necessari controlli clinici per verificare:
-
guarigione dei tessuti;
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stabilità della protesi;
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occlusione;
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igiene;
-
eventuali segni o sintomi che richiedano attenzione.
Il vantaggio non è soltanto la velocità
Il principale interesse del carico immediato non dovrebbe essere semplicemente “fare tutto più velocemente”.
Quando le condizioni cliniche lo consentono, può rappresentare un modo per fornire una riabilitazione provvisoria fissa durante il periodo in cui avviene l’osteointegrazione.
La decisione deve però essere basata sulla diagnosi, sulla stabilità implantare e sulla biomeccanica, non sulla necessità di rispettare una promessa di tempi prestabiliti.
In sintesi
Il carico immediato può consentire di applicare una protesi fissa provvisoria poco dopo l’inserimento degli impianti, ma:
non significa osteointegrazione immediata, non è indicato in tutti i casi e richiede una stabilità implantare e una pianificazione biomeccanica adeguate.

07
Quanto dura un impianto dentale?
Una delle domande più frequenti riguarda la durata degli impianti dentali.
Non esiste però un numero di anni valido per tutti i pazienti. Un impianto osteointegrato può rimanere in funzione per molti anni, ma la sua durata dipende da numerosi fattori biologici, meccanici e comportamentali.
Per questo motivo è più corretto parlare di prognosi nel tempo e di mantenimento piuttosto che attribuire all’impianto una “scadenza” prestabilita.
Sopravvivenza e successo non significano esattamente la stessa cosa
Negli studi scientifici viene spesso utilizzato il termine sopravvivenza implantare, che indica semplicemente che l’impianto è ancora presente e utilizzabile al momento del controllo.
Il concetto di successo implantare è più ampio e può comprendere anche la salute dei tessuti che circondano l’impianto, la stabilità dell’osso, l’assenza di problemi biologici e il corretto funzionamento della riabilitazione protesica.
Un impianto può quindi essere ancora presente dopo molti anni ma richiedere controlli, trattamenti dei tessuti peri-implantari o interventi di manutenzione sulla protesi.
Cosa ci dicono gli studi a lungo termine?
Le revisioni sistematiche della letteratura mostrano che gli impianti dentali possono presentare elevati livelli di sopravvivenza anche dopo dieci anni.
Questi dati, tuttavia, rappresentano valori medi ricavati da gruppi di pazienti e non permettono di prevedere con certezza la durata di un singolo impianto.
Il risultato individuale dipende infatti dalle condizioni cliniche iniziali, dalla qualità della pianificazione e del trattamento, dal mantenimento nel tempo e da numerosi fattori propri del paziente. Le revisioni scientifiche evidenziano inoltre che le stime cambiano in base alla metodologia utilizzata e alla gestione dei pazienti persi al follow-up.
L’impianto e i denti sopra l’impianto hanno durate diverse
È importante distinguere l’impianto, inserito nell’osso, dalla protesi che viene collegata agli impianti.
La struttura implantare può rimanere stabile per molti anni mentre alcuni componenti protesici possono richiedere nel tempo manutenzione, riparazione o sostituzione.
Le protesi sono infatti sottoposte quotidianamente alle forze della masticazione. Nel corso degli anni possono verificarsi usura dei materiali, modificazioni dell’occlusione, allentamento o usura di componenti e necessità di interventi sulla parte estetica o funzionale.
Gli studi sulle protesi fisse supportate da impianti mostrano proprio che la sopravvivenza degli impianti e quella della ricostruzione protesica non devono essere considerate come un unico parametro.
Da cosa dipende la durata di un impianto?
La prognosi nel tempo è influenzata dall’interazione di diversi fattori.
Tra questi rientrano la qualità e quantità dell’osso, la posizione degli impianti, la distribuzione delle forze, il progetto protesico, le condizioni dei tessuti peri-implantari, l’igiene orale, le abitudini del paziente e la regolarità dei controlli.
Anche le condizioni generali di salute e la storia clinica del paziente devono essere considerate durante la diagnosi e nel programma di mantenimento.
Per questo motivo non è corretto attribuire la longevità di un trattamento a un solo elemento, come il tipo di impianto o la superficie implantare.
Il mantenimento è parte del trattamento
Una riabilitazione implantare non termina con la consegna dei denti definitivi.
Gli impianti devono essere controllati nel tempo così come avviene per i denti naturali.
Il mantenimento comprende una corretta igiene domiciliare, controlli clinici periodici e sedute professionali programmate in funzione delle necessità individuali.
Durante i controlli possono essere valutati lo stato dei tessuti intorno agli impianti, l’igiene, l’occlusione, la stabilità della protesi e l’eventuale presenza di problemi biologici o tecnici.
Individuare precocemente una modificazione permette spesso di intervenire prima che il problema diventi più complesso.
Un impianto può durare tutta la vita?
È possibile che un impianto rimanga funzionante per molti anni e, in alcuni pazienti, per periodi molto lunghi.
Non è però scientificamente corretto promettere che un impianto durerà necessariamente “per tutta la vita”.
La medicina non può garantire la durata futura di un dispositivo biologicamente integrato, perché nel corso degli anni possono cambiare le condizioni della bocca, dell’osso, dei tessuti, della protesi e dello stato generale del paziente.
L’obiettivo dovrebbe essere quindi quello di creare le migliori condizioni possibili per una stabilità a lungo termine, attraverso diagnosi, corretta progettazione, trattamento e mantenimento.
In sintesi
Un impianto dentale non ha una scadenza prestabilita.
Può rimanere in funzione per molti anni, ma la sua durata dipende dal trattamento iniziale e soprattutto dal mantenimento nel tempo.
Per questo motivo è più corretto chiedersi non soltanto “quanto dura un impianto?”, ma anche:
“Cosa possiamo fare perché rimanga sano e funzionale il più a lungo possibile?”
Riferimenti bibliografici essenziali
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Moraschini V, Poubel LAC, Ferreira VF, Barboza ESP. Evaluation of survival and success rates of dental implants reported in longitudinal studies with a follow-up period of at least 10 years: a systematic review. Int J Oral Maxillofac Surg. 2015;44(3):377–388. DOI: 10.1016/j.ijom.2014.10.023. PMID: 25467739.
Pjetursson BE, Thoma D, Jung R, Zwahlen M, Zembic A. A systematic review of the survival and complication rates of implant-supported fixed dental prostheses after a mean observation period of at least 5 years. Clin Oral Implants Res. 2012;23 Suppl 6:22–38. DOI: 10.1111/j.1600-0501.2012.02546.x. PMID: 23062125.
08
Quanto costa un impianto?
Il costo di un impianto dentale non può essere definito correttamente con una cifra unica valida per tutti.
Quando si parla di “prezzo di un impianto”, infatti, è importante capire che cosa è compreso nel trattamento. L’impianto inserito nell’osso rappresenta soltanto una parte della riabilitazione: possono essere necessari componenti protesici, una corona, esami diagnostici, eventuali procedure chirurgiche aggiuntive e controlli nel tempo.
Per questo motivo due preventivi apparentemente diversi possono riferirsi in realtà a trattamenti molto differenti.
Che cosa comprende il costo di un impianto dentale?
Una riabilitazione implantare può comprendere diverse fasi:
-
visita e diagnosi;
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esami radiologici e, quando indicato, CBCT;
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pianificazione chirurgica e protesica;
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impianto dentale;
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componenti di connessione tra impianto e protesi;
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corona o protesi definitiva;
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eventuale protesi provvisoria;
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controlli durante la guarigione;
-
eventuali procedure chirurgiche aggiuntive.
Per questo motivo il costo della sola vite implantare non corrisponde necessariamente al costo complessivo del dente finito.
Impianto, moncone e corona: non sono la stessa cosa
Nel linguaggio comune con “impianto dentale” si indica spesso l’intero dente artificiale.
Dal punto di vista tecnico, però, la riabilitazione può essere composta da elementi differenti:
impianto → parte inserita nell’osso
componente protesica → collega l’impianto alla ricostruzione
corona → parte visibile che sostituisce il dente
Quando si confrontano i preventivi è quindi importante verificare se il prezzo indicato riguarda soltanto l’impianto oppure l’intera riabilitazione implantoprotesica.
Perché il costo può cambiare da un paziente all’altro?
Il prezzo dipende dalla complessità del trattamento.
Tra i principali fattori che possono influenzarlo ci sono:
-
numero di impianti necessari;
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posizione degli impianti;
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quantità e qualità dell’osso disponibile;
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necessità di estrazioni;
-
eventuale rigenerazione ossea;
-
eventuale rialzo del seno mascellare;
-
tipo di protesi prevista;
-
materiali protesici;
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necessità di una protesi provvisoria;
-
complessità diagnostica e chirurgica.
Un caso semplice con un singolo dente mancante e una riabilitazione completa dell’arcata sono quindi trattamenti difficilmente confrontabili dal punto di vista economico.
Il costo non dipende soltanto dal numero degli impianti
Nelle riabilitazioni con denti fissi dell’intera arcata, il prezzo non è semplicemente dato dal numero degli impianti moltiplicato per il costo di un singolo impianto.
Una parte importante del trattamento riguarda infatti la progettazione e realizzazione della protesi, la gestione dell’occlusione, l’estetica, i materiali utilizzati, la provvisorizzazione e le diverse fasi cliniche e di laboratorio.
Per questo motivo configurazioni con quattro, sei o un diverso numero di impianti devono essere valutate come progetti riabilitativi complessivi, non come semplici somme di singoli impianti.
Perché non è possibile fare un preventivo corretto senza una diagnosi?
Prima di stabilire il costo è necessario sapere quale trattamento sia realmente indicato.
Due pazienti che apparentemente hanno lo stesso problema possono avere quantità di osso diverse, condizioni dentali differenti o necessità protesiche completamente diverse.
Un preventivo formulato prima di conoscere questi elementi rischierebbe quindi di essere incompleto o poco significativo.
La sequenza più corretta è:
diagnosi → piano di trattamento → definizione delle procedure necessarie → preventivo
Come confrontare due preventivi di implantologia?
Il confronto dovrebbe essere fatto verificando che comprendano le stesse prestazioni.
Può essere utile chiedere se il preventivo include:
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fase diagnostica;
-
intervento chirurgico;
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impianto e componenti protesici;
-
protesi provvisoria, se necessaria;
-
protesi definitiva;
-
eventuali procedure rigenerative;
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controlli previsti durante il trattamento.
Confrontare soltanto una cifra finale, senza sapere cosa comprenda, può portare a confrontare trattamenti clinicamente diversi.
Il trattamento meno costoso è sempre quello più conveniente?
Non necessariamente.
Il costo è certamente un elemento importante nella decisione del paziente, ma una riabilitazione implantare dovrebbe essere valutata anche considerando diagnosi, pianificazione, qualità del progetto protesico, mantenibilità e possibilità di controllo nel tempo.
Allo stesso modo, un costo più elevato non rappresenta automaticamente una garanzia di risultato migliore.
L’obiettivo dovrebbe essere scegliere un trattamento appropriato alle condizioni cliniche del paziente e comprenderne con chiarezza caratteristiche, alternative e costi prima di iniziare.
Quanto costa quindi un impianto dentale?
La risposta corretta è: dipende dal trattamento necessario.
Dopo la visita e gli esami necessari è possibile stabilire se è indicato un singolo impianto, una riabilitazione più estesa, una procedura rigenerativa o una soluzione differente e formulare quindi un preventivo riferito al caso specifico.
Il paziente dovrebbe ricevere una spiegazione chiara delle diverse fasi del trattamento e dei relativi costi prima di procedere.
In sintesi
Il prezzo di un impianto dentale non dovrebbe essere valutato come il costo di una singola “vite”.
È più corretto considerare il costo dell’intera riabilitazione implantoprotesica, che viene definito dopo la diagnosi sulla base delle reali necessità cliniche.


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Quanto costa un’arcata completa di denti fissi con impianti?
Il costo di una riabilitazione completa dell’arcata con denti fissi su impianti può variare in modo significativo da un paziente all’altro.
Non dipende soltanto dal numero di impianti utilizzati, ma dall’insieme del trattamento: diagnosi, chirurgia, eventuali estrazioni, protesi provvisoria, protesi definitiva, materiali, complessità del caso e possibili procedure aggiuntive.
Per questo motivo parlare di un unico “prezzo dell’arcata fissa” senza conoscere il caso clinico può essere fuorviante.
Quanti impianti servono per un’arcata completa?
Non esiste un numero valido per tutti.
In alcune situazioni può essere valutata una riabilitazione sostenuta da quattro impianti, in altre può essere preferibile utilizzare sei impianti o una configurazione differente.
La scelta dipende da fattori come:
-
quantità e distribuzione dell’osso disponibile;
-
anatomia dell’arcata;
-
stabilità ottenibile dagli impianti;
-
posizione degli impianti;
-
tipo di protesi progettata;
-
distribuzione delle forze masticatorie;
-
condizioni generali e locali del paziente.
La configurazione implantare dovrebbe quindi essere una conseguenza della diagnosi e del progetto protesico, non una formula applicata indistintamente a tutti.
All-on-4, All-on-6 e altre configurazioni
Espressioni come All-on-4 e All-on-6 descrivono riabilitazioni complete dell’arcata sostenute rispettivamente da quattro o sei impianti.
Sono configurazioni protesico-implantari che possono essere appropriate in determinati casi, ma non rappresentano due “pacchetti” intercambiabili scelti semplicemente in base al prezzo.
In alcuni pazienti quattro impianti possono essere compatibili con la pianificazione prevista; in altri la distribuzione dell’osso, la biomeccanica o il progetto protesico possono orientare verso un numero diverso.
Il numero degli impianti deve quindi essere deciso prima di tutto per ragioni cliniche e biomeccaniche.
Che cosa può comprendere il costo di un’arcata fissa?
Una riabilitazione completa può includere numerose componenti:
-
visita ed esami diagnostici;
-
progettazione implantare e protesica;
-
eventuale estrazione dei denti non recuperabili;
-
intervento chirurgico;
-
impianti e relativi componenti;
-
eventuale protesi provvisoria;
-
controlli durante la guarigione;
-
impronte o scansioni digitali;
-
prove protesiche;
-
protesi definitiva;
-
eventuali procedure rigenerative.
È quindi essenziale verificare che cosa sia effettivamente compreso nel preventivo.
Protesi provvisoria e protesi definitiva
Quando viene eseguito un carico immediato, il paziente può ricevere in casi selezionati una protesi fissa provvisoria poco dopo l’intervento.
Questa protesi non deve essere necessariamente confusa con il lavoro definitivo.
Dopo la fase di guarigione possono essere effettuate ulteriori valutazioni, scansioni, impronte e prove prima della realizzazione della protesi definitiva.
Quando si confrontano i costi è quindi utile verificare se il preventivo comprende sia la fase provvisoria sia quella definitiva.
Quanto incidono i materiali?
Anche i materiali utilizzati per la protesi possono influenzare il costo complessivo.
Esistono differenti soluzioni protesiche e la scelta può dipendere da esigenze estetiche, meccaniche, funzionali, progettuali e di manutenzione.
Non è però corretto valutare la qualità della riabilitazione soltanto sulla base del nome del materiale utilizzato.
Il risultato dipende dall’intero progetto: diagnosi, posizione degli impianti, struttura della protesi, occlusione, precisione della realizzazione e mantenimento nel tempo.
Quando sono necessarie procedure aggiuntive?
In alcuni pazienti l’osso disponibile permette di pianificare direttamente la riabilitazione implantare.
In altri casi possono essere necessarie procedure supplementari, per esempio estrazioni, gestione di difetti ossei o interventi rigenerativi.
La necessità di queste procedure viene stabilita dopo la valutazione clinica e radiologica e può modificare sia i tempi sia il costo del trattamento.
Per questo due pazienti che desiderano entrambi “un’arcata fissa” possono avere piani terapeutici molto differenti.
Perché i prezzi pubblicizzati possono essere molto diversi?
Talvolta vengono pubblicizzati prezzi molto differenti per trattamenti apparentemente simili.
Prima di confrontarli è importante capire se comprendono le stesse prestazioni.
Per esempio, un prezzo potrebbe comprendere soltanto:
impianti + protesi provvisoria
mentre un altro potrebbe comprendere:
diagnosi + chirurgia + impianti + provvisorio + protesi definitiva + controlli
Il confronto ha quindi senso soltanto quando viene effettuato tra trattamenti realmente equivalenti.
È possibile sapere il costo prima della visita?
È possibile spiegare quali fattori influenzano il prezzo, ma un preventivo attendibile richiede prima una diagnosi.
Dopo aver valutato la situazione clinica, gli esami radiologici e il tipo di riabilitazione necessario è possibile formulare un piano di trattamento e un preventivo più preciso.
La sequenza corretta rimane:
diagnosi → progetto protesico → scelta della configurazione implantare → piano di trattamento → preventivo
In sintesi
Il costo di un’arcata completa di denti fissi su impianti non dipende semplicemente dal numero degli impianti.
Dipende dall’intera riabilitazione chirurgica e protesica, dalle condizioni individuali e dalle procedure effettivamente necessarie.
Per questo il preventivo dovrebbe sempre specificare con chiarezza cosa comprende, distinguendo almeno tra fase chirurgica, protesi provvisoria e protesi definitiva.
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Vantaggi degli impianti rispetto alle protesi tradizionali
Gli impianti dentali possono offrire alcuni vantaggi rispetto alle protesi tradizionali, ma non rappresentano automaticamente la soluzione migliore per ogni paziente.
La scelta tra impianti, ponti su denti naturali e protesi rimovibili dipende dal numero di denti mancanti, dalle condizioni dei denti residui, dalla quantità e qualità dell’osso, dalla salute dei tessuti, dalle esigenze funzionali ed estetiche e dalle condizioni generali del paziente.
Denti fissi senza utilizzare necessariamente i denti vicini
Quando manca un singolo dente, una delle possibilità tradizionali è il ponte sostenuto dai denti adiacenti.
In determinate situazioni, un impianto può permettere di sostituire il dente mancante senza utilizzare i denti vicini come pilastri protesici.
Questo può essere particolarmente interessante quando i denti adiacenti sono integri o poco restaurati.
La scelta deve comunque essere effettuata dopo aver valutato le condizioni dell’osso, dei tessuti e degli stessi denti vicini.
Maggiore stabilità rispetto a una protesi mobile
Quando vengono persi molti denti o tutti i denti di un’arcata, una protesi rimovibile può rappresentare una soluzione valida.
In alcuni pazienti, tuttavia, una riabilitazione supportata da impianti può offrire una maggiore stabilità durante la masticazione e la fonazione.
Gli impianti possono essere utilizzati per stabilizzare una protesi rimovibile oppure per sostenere una protesi fissa.
Il tipo di soluzione dipende dalla situazione clinica e dal progetto protesico.
Una sensazione funzionale diversa dalla protesi rimovibile
Una protesi fissa su impianti non deve essere rimossa quotidianamente dal paziente come avviene per una tradizionale dentiera rimovibile.
Questo può migliorare la percezione di stabilità durante attività quotidiane come parlare e masticare.
È però importante ricordare che una protesi fissa su impianti richiede comunque una corretta igiene sotto e intorno alla struttura protesica e controlli periodici.
“Fisso” non significa quindi “senza manutenzione”.
Possibilità di riabilitare un’intera arcata
Gli impianti permettono, in casi selezionati, di sostenere una riabilitazione fissa anche quando molti o tutti i denti di un’arcata non possono essere mantenuti.
Il numero e la posizione degli impianti vengono stabiliti sulla base della diagnosi, dell’osso disponibile e della distribuzione delle forze.
Non è necessario sostituire ogni dente con un singolo impianto: nelle riabilitazioni complete più impianti possono sostenere una struttura protesica unica.
Possono essere valutate differenti configurazioni, per esempio con quattro, sei o un diverso numero di impianti, senza applicare uno schema identico a tutti i pazienti.
Cosa succede all’osso dopo la perdita dei denti?
Dopo l’estrazione di un dente, l’osso alveolare va incontro a un processo fisiologico di rimodellamento.
La presenza di un impianto osteointegrato modifica il modo in cui le forze vengono trasmesse all’osso rispetto a una protesi che appoggia soltanto sui tessuti molli.
Questo non significa però che l’inserimento di un impianto impedisca completamente nel tempo ogni modificazione dell’osso.
I tessuti peri-implantari devono essere controllati e mantenuti esattamente come avviene per il resto della dentatura.
Migliore capacità di masticare?
Una riabilitazione implantare stabile può migliorare la funzione masticatoria rispetto a una protesi mobile instabile, soprattutto nei pazienti che hanno difficoltà a utilizzare quest’ultima.
Il risultato dipende però dal tipo di riabilitazione, dall’occlusione, dalle condizioni muscolari e articolari e dalla capacità del paziente di adattarsi alla nuova protesi.
Per questo l’obiettivo non è semplicemente “mettere denti fissi”, ma realizzare una riabilitazione che sia funzionalmente equilibrata e mantenibile nel tempo.
E dal punto di vista estetico?
Gli impianti possono contribuire alla realizzazione di protesi dall’aspetto naturale, ma il risultato estetico dipende da numerosi fattori.
Tra questi:
-
posizione dell’impianto;
-
quantità di osso;
-
condizioni delle gengive;
-
forma e colore dei denti;
-
linea del sorriso;
-
progettazione della protesi.
Nelle zone estetiche, quindi, una corretta pianificazione è particolarmente importante.
Gli impianti hanno anche degli svantaggi?
Sì.
Una riabilitazione implantare richiede un intervento chirurgico e può richiedere tempi di guarigione, procedure aggiuntive e un impegno economico maggiore rispetto ad alcune alternative.
Gli impianti possono inoltre andare incontro a complicanze biologiche o meccaniche e richiedono igiene e controlli regolari.
In alcuni pazienti, una protesi tradizionale può quindi rappresentare una soluzione più semplice o più appropriata.
Impianti o protesi tradizionale: quale scegliere?
Non esiste una risposta valida per tutti.
La domanda corretta non è:
“Gli impianti sono migliori della protesi tradizionale?”
ma:
“Quale tipo di riabilitazione offre il miglior equilibrio tra funzione, prognosi, invasività, manutenzione e caratteristiche del mio caso?”
La risposta richiede una diagnosi clinica e radiologica e una valutazione delle diverse alternative terapeutiche.
In sintesi
Gli impianti possono permettere di:
sostituire denti mancanti senza utilizzare necessariamente i denti adiacenti, aumentare la stabilità di alcune riabilitazioni, sostenere protesi fisse e riabilitare intere arcate.
Non sono però la soluzione ideale per tutti e devono essere confrontati con le alternative sulla base delle condizioni individuali del paziente.
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Cosa devo aspettarmi dopo l’impianto dentale?
Dopo l’inserimento di uno o più impianti dentali inizia una fase di guarigione dei tessuti e dell’osso.
Il decorso postoperatorio può variare considerevolmente da una persona all’altra e dipende dal numero di impianti inseriti, dalla sede dell’intervento, dalla durata e complessità della chirurgia, dall’eventuale presenza di estrazioni o procedure rigenerative e dalle caratteristiche individuali del paziente.
Per questo motivo non è possibile prevedere esattamente come si sentirà ogni paziente nei giorni successivi.
Dopo l’intervento
Durante l’intervento viene generalmente utilizzata anestesia locale.
Quando l’effetto dell’anestesia termina, possono comparire indolenzimento, sensibilità o dolore di intensità variabile nella zona trattata.
Il medico può indicare una terapia antidolorifica appropriata in base alle condizioni del paziente e al tipo di intervento effettuato.
Il dolore postoperatorio dovrebbe essere valutato nel suo andamento: un fastidio iniziale che progressivamente si riduce è differente da un dolore che aumenta o compare improvvisamente dopo alcuni giorni.
Dopo una procedura chirurgica può comparire gonfiore dei tessuti.
In alcuni interventi è minimo, mentre nelle procedure più estese può essere maggiormente evidente.
Il gonfiore può aumentare nelle prime ore o nei primi giorni e successivamente ridursi gradualmente.
L’entità dipende dalla sede dell’intervento, dalla complessità chirurgica e dalla risposta individuale dei tessuti.
Nelle prime ore può verificarsi una modesta perdita di sangue o la presenza di saliva leggermente rosata.
Il paziente deve seguire le indicazioni ricevute dal medico per la gestione della zona chirurgica.
Se il sanguinamento è abbondante, non tende a ridursi o compare in modo inatteso, è opportuno contattare lo studio per una valutazione.
Cosa posso mangiare?
Nei primi giorni può essere consigliata un’alimentazione più morbida e compatibile con la zona trattata.
Le indicazioni possono essere differenti quando è presente una protesi provvisoria a carico immediato, perché durante la fase iniziale di guarigione è importante controllare le forze trasmesse agli impianti.
Le modalità e la durata delle eventuali restrizioni alimentari vengono quindi stabilite in funzione del tipo di intervento e della riabilitazione.
Igiene orale dopo l’impianto
Mantenere una buona igiene è importante anche durante il periodo postoperatorio.
La zona chirurgica, però, deve essere gestita seguendo le indicazioni specifiche fornite dal medico.
Nei primi giorni possono essere consigliate modalità di pulizia differenti rispetto alla normale igiene quotidiana, per evitare di traumatizzare i tessuti mentre stanno guarendo.
Quando sono presenti protesi provvisorie fisse, viene inoltre spiegato come mantenere pulita la zona intorno e sotto la struttura protesica.
Farmaci dopo l’intervento
Eventuali farmaci devono essere assunti soltanto secondo la prescrizione e le indicazioni del medico.
Il tipo di terapia dipende dall’intervento effettuato, dalle condizioni cliniche e dalla storia medica del paziente.
Gli antibiotici, in particolare, non devono essere considerati automaticamente necessari dopo ogni procedura implantare: quando indicati, devono essere utilizzati secondo la prescrizione ricevuta.
Quando posso tornare alle normali attività?
Il recupero varia in funzione dell’estensione dell’intervento e dell’attività svolta dal paziente.
Dopo procedure semplici alcune persone possono riprendere rapidamente molte delle normali attività quotidiane; dopo interventi più complessi può essere utile prevedere un periodo di recupero maggiore.
È opportuno seguire le indicazioni ricevute anche per attività fisica, sport e sforzi intensi nei primi giorni.
Se ho ricevuto denti fissi subito, gli impianti sono già guariti?
No.
Quando viene applicata una protesi fissa provvisoria poco dopo l’intervento, gli impianti sono ancora nella fase iniziale della guarigione.
La stabilità iniziale è prevalentemente meccanica, mentre il processo biologico di osteointegrazione continua nelle settimane e nei mesi successivi.
Per questo la presenza di denti fissi non deve essere interpretata come la conclusione del processo di guarigione.
I controlli dopo l’intervento
I controlli postoperatori fanno parte del trattamento.
Servono a verificare la guarigione dei tessuti, le condizioni della zona chirurgica e, quando presente, il comportamento della protesi provvisoria.
Successivamente possono essere programmati ulteriori controlli durante la fase di osteointegrazione e prima della realizzazione della protesi definitiva.
La guarigione continua anche quando ci si sente bene
Un aspetto importante dell’implantologia è che la guarigione biologica non coincide necessariamente con la percezione del paziente.
Dopo pochi giorni il fastidio può essere molto ridotto, mentre nell’osso continuano ancora i processi di rimodellamento e osteointegrazione.
Per questo motivo controlli, igiene e rispetto delle indicazioni ricevute rimangono importanti anche quando il paziente non avverte più alcun disturbo.
In sintesi
Dopo l’inserimento di un impianto possono comparire dolore o indolenzimento, gonfiore e piccoli sanguinamenti, con intensità e durata differenti da persona a persona.
Il decorso dipende dal tipo di intervento e dalle condizioni individuali.
L’obiettivo della fase postoperatoria è accompagnare correttamente la guarigione dei tessuti e dell’osso fino alla stabilizzazione della riabilitazione.
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Quali rischi corre chi sceglie l’implantologia?
In linea generale, il posizionamento di un impianto dentale non comporta alcun rischio o conseguenza per la salute a breve od a lungo termine.
Il materiale di cui sono fatti gli impianti dentali è il titanio, che viene oggi utilizzato in diversi campi della medicina come materiale impiantabile, grazie alla sua altissima biocompatibilità ed inerzia biologica.
Viene utilizzato in ortopedia per le protesi ortopediche e per le viti da osteosintesi in caso di traumi.
Viene anche utilizzato in neurochirurgia ed in cardiochirurgia, per il cuore ed i vasi sanguigni.
Si conosce e si utilizza con sicurezza da oltre 50 anni.
Mancata osteointegrazione dell’impianto
In alcuni casi l’impianto può non raggiungere o non mantenere una corretta osteointegrazione.
Questo può avvenire nelle prime fasi di guarigione oppure successivamente, in relazione a differenti fattori biologici o meccanici.
Quando un impianto non è stabile o non presenta le condizioni necessarie per essere mantenuto, può rendersi necessaria la sua rimozione e una nuova valutazione del sito prima di decidere se e come procedere con un ulteriore trattamento.
La perdita di un impianto non significa necessariamente che non sarà più possibile utilizzare l’implantologia, ma il caso deve essere rivalutato individualmente.
Infezione e guarigione dei tessuti
Come dopo qualsiasi procedura chirurgica, possono verificarsi problemi nella guarigione dei tessuti, infezioni, deiscenze della ferita o esposizioni di materiali utilizzati durante eventuali procedure rigenerative.
Una corretta tecnica chirurgica, il controllo dell’igiene e il rispetto delle indicazioni postoperatorie contribuiscono a ridurre il rischio, ma non possono eliminarlo completamente.
Mucosite peri-implantare e peri-implantite
Anche dopo la completa guarigione, i tessuti intorno agli impianti possono sviluppare processi infiammatori.
La mucosite peri-implantare interessa prevalentemente i tessuti molli e può manifestarsi con sanguinamento, arrossamento o gonfiore.
La peri-implantite è invece una condizione infiammatoria associata anche a una progressiva perdita dell’osso di supporto intorno all’impianto. La classificazione internazionale distingue chiaramente queste condizioni e sottolinea l’importanza del controllo clinico e radiografico nel tempo.
Igiene insufficiente, precedente storia di parodontite e fumo sono tra i fattori associati a un maggiore rischio di problemi peri-implantari; per questo prevenzione e mantenimento devono iniziare già dalla fase di pianificazione e continuare dopo la consegna della protesi.
Rischio di coinvolgere strutture anatomiche vicine
La posizione degli impianti deve essere pianificata tenendo conto delle strutture anatomiche presenti nelle mascelle.
Nella mandibola, ad esempio, particolare attenzione deve essere posta al nervo alveolare inferiore e ad altre strutture nervose. Un coinvolgimento o una compressione del nervo può determinare alterazioni della sensibilità, come formicolio, intorpidimento o, più raramente, sintomi dolorosi.
Nel mascellare superiore devono essere valutati i rapporti con il seno mascellare e con le cavità nasali.
Lo studio radiologico e, quando indicato, la CBCT aiutano a valutare tridimensionalmente questi rapporti e a pianificare la posizione degli impianti. Le lesioni nervose correlate al posizionamento implantare sono una complicanza riconosciuta e richiedono particolare attenzione nella prevenzione e nella gestione.
Procedure di rigenerazione ossea e rialzo del seno
Quando il volume osseo non è sufficiente, possono essere necessarie procedure aggiuntive.
Nel caso del rialzo del seno mascellare, per esempio, possono verificarsi complicanze quali perforazione della membrana del seno, problemi di guarigione, esposizione o perdita dell’innesto e, in alcuni casi, sinusite.
La frequenza e il tipo di complicanze dipendono anche dalla tecnica utilizzata e dalle caratteristiche del caso.
Complicanze protesiche e meccaniche
Non tutte le complicanze riguardano direttamente l’osso o l’impianto.
Nel tempo possono verificarsi problemi alla protesi o ai suoi componenti, come usura dei materiali, allentamento di viti, fratture di elementi protesici o modificazioni dell’occlusione.
Nelle riabilitazioni complete dell’arcata, la distribuzione degli impianti e delle forze masticatorie assume quindi particolare importanza.
Una protesi fissa deve essere progettata non soltanto per funzionare al momento della consegna, ma anche per poter essere controllata, mantenuta e, quando necessario, riparata nel tempo.
Problemi estetici
Nelle zone visibili il risultato non dipende soltanto dall’osteointegrazione.
Posizione tridimensionale dell’impianto, quantità di osso, volume e forma dei tessuti molli, linea del sorriso e caratteristiche della protesi possono influenzare il risultato estetico.
Un impianto correttamente osteointegrato può quindi essere biologicamente stabile ma presentare comunque un risultato estetico non ottimale se la pianificazione iniziale non tiene adeguatamente conto dei tessuti e del progetto protesico.
Esistono pazienti con un rischio maggiore?
Il rischio deve essere valutato individualmente.
Particolare attenzione può essere necessaria nei pazienti con precedente malattia parodontale, igiene orale insufficiente, abitudine al fumo, alcune condizioni sistemiche o terapie farmacologiche che possono interferire con la chirurgia o con la guarigione.
Questo non significa che la presenza di uno di questi fattori escluda automaticamente l’implantologia, ma può richiedere una valutazione più approfondita e un programma di mantenimento specifico.
Come si riducono i rischi?
Il rischio non può essere azzerato, ma può essere gestito attraverso:
-
diagnosi clinica e radiologica;
-
corretta pianificazione chirurgica e protesica;
-
valutazione delle condizioni generali del paziente;
-
controllo delle patologie dentali e parodontali;
-
corretta igiene orale;
-
rispetto delle indicazioni dopo l’intervento;
-
controlli periodici e programma di mantenimento;
-
intervento precoce quando compaiono segni di infiammazione o problemi protesici.
Le linee guida della European Federation of Periodontology raccomandano infatti che la prevenzione delle patologie peri-implantari inizi già quando il trattamento viene pianificato e continui durante tutta la vita funzionale dell’impianto.
Un impianto può essere garantito al 100%?
No.
Nessun trattamento implantare può essere considerato privo di rischio o garantito nel risultato biologico a lungo termine.
La prognosi dipende dall’interazione tra paziente, anatomia, chirurgia, impianto, protesi e mantenimento.
Una comunicazione corretta dovrebbe quindi spiegare al paziente sia i benefici attesi sia le possibili complicanze e le alternative disponibili prima di iniziare il trattamento.
In sintesi
L’implantologia può comportare rischi chirurgici, biologici, anatomici, protesici ed estetici.
Una pianificazione accurata permette di riconoscere molti fattori di rischio prima dell’intervento, mentre i controlli nel tempo sono fondamentali per intercettare precocemente eventuali problemi.
L’obiettivo non è promettere un trattamento “senza rischi”, ma ridurre e gestire i rischi attraverso diagnosi, pianificazione e mantenimento.
Riferimenti bibliografici essenziali
Berglundh T, et al. Peri-implant diseases and conditions: Consensus report of workgroup 4 of the 2017 World Workshop on the Classification of Periodontal and Peri-Implant Diseases and Conditions. J Clin Periodontol. 2018;45 Suppl 20:S286-S291. DOI: 10.1111/jcpe.12957.
Herrera D, et al. Prevention and treatment of peri-implant diseases—The EFP S3 level clinical practice guideline. J Clin Periodontol. 2023;50 Suppl 26:4-76. DOI: 10.1111/jcpe.13823.
Hsu YT, et al. Complications of sinus floor elevation procedure and management strategies: A systematic review. Clin Implant Dent Relat Res. 2022. DOI: 10.1111/cid.13086.


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Gli innesti ossei in implantologia: quando servono e come funzionano
Per inserire un impianto dentale è necessario disporre di una quantità e di una conformazione dell’osso compatibili con la posizione prevista dell’impianto e con il progetto protesico.
Dopo la perdita di uno o più denti, l’osso alveolare può andare incontro nel tempo a un processo di rimodellamento e riduzione del volume. Questo fenomeno può interessare sia la larghezza sia l’altezza della cresta ossea.
In molti pazienti l’osso residuo è comunque sufficiente per pianificare una riabilitazione implantare. In altri casi può essere necessario aumentare o ricostruire parte del volume osseo prima dell’inserimento degli impianti o contemporaneamente ad esso.
In queste situazioni possono essere utilizzate tecniche di innesto e rigenerazione ossea.
Non tutti i pazienti con poco osso hanno bisogno di un innesto
Dire che un paziente ha “poco osso” non è sufficiente per stabilire quale trattamento sia necessario.
Occorre valutare:
-
quantità e forma dell’osso residuo;
-
posizione nella quale devono essere inseriti gli impianti;
-
anatomia delle strutture vicine;
-
numero e distribuzione degli impianti;
-
stabilità implantare ottenibile;
-
tipo di protesi prevista;
-
caratteristiche dei tessuti molli;
-
condizioni generali e locali del paziente.
In alcuni casi può essere indicata una procedura rigenerativa; in altri possono essere considerate strategie implantari differenti.
La decisione deve quindi derivare dalla diagnosi e dal progetto protesico, non dalla semplice misurazione della quantità di osso disponibile.
Che cos’è un innesto osseo?
Con il termine innesto osseo si indicano diverse procedure nelle quali viene utilizzato osso o un materiale sostitutivo con l’obiettivo di creare condizioni favorevoli alla formazione e al mantenimento di nuovo tessuto osseo.
Il materiale utilizzato non deve essere immaginato semplicemente come una quantità di “osso aggiunto” che rimane invariata nel tempo.
Durante la guarigione avvengono infatti processi biologici di vascolarizzazione, formazione di nuovo osso, integrazione e rimodellamento. A seconda del biomateriale utilizzato, una parte del materiale può essere riassorbita, sostituita o rimanere incorporata nel tessuto rigenerato.
Quali materiali possono essere utilizzati?
Esistono diverse categorie di materiali da innesto.
Osso autologo
È osso prelevato dallo stesso paziente. Può essere ottenuto da differenti aree della bocca e, nei casi più complessi, da altre sedi donatrici. Ha caratteristiche biologiche particolari, ma richiede anche una procedura di prelievo.
Alloinnesto
È materiale osseo di origine umana proveniente da donatori e sottoposto a specifici processi di selezione e trattamento.
Xenoinnesto
È un materiale di origine animale opportunamente trattato. In odontoiatria vengono utilizzati, per esempio, sostituti ossei di origine bovina o porcina.
Materiali alloplastici
Sono biomateriali sintetici, come alcune ceramiche e materiali a base di fosfati di calcio.
Non esiste un materiale universalmente migliore per ogni situazione. La scelta dipende dal tipo di difetto, dalla tecnica chirurgica, dalla necessità di mantenere lo spazio e dagli obiettivi della rigenerazione.
Che cos’è la rigenerazione ossea guidata?
Una delle tecniche maggiormente utilizzate è la Guided Bone Regeneration (GBR), o rigenerazione ossea guidata.
Il principio consiste nel creare e proteggere uno spazio nel quale possa avvenire la rigenerazione del tessuto osseo.
A questo scopo possono essere utilizzate membrane riassorbibili o non riassorbibili e, in determinate situazioni, dispositivi rinforzati in titanio o altre strutture capaci di mantenere lo spazio rigenerativo.
Gli elementi importanti comprendono la stabilità dell’area, il mantenimento dello spazio, la vascolarizzazione e una corretta gestione dei tessuti molli.
La letteratura mostra che la GBR può essere utilizzata anche per aumenti verticali della cresta, ma si tratta di procedure tecnicamente impegnative nelle quali possono verificarsi complicanze, in particolare esposizione della membrana e problemi della guarigione dei tessuti.
Aumento orizzontale e aumento verticale non sono la stessa cosa
Quando l’osso è troppo sottile si può rendere necessario aumentare la larghezza della cresta: si parla prevalentemente di aumento orizzontale.
Quando invece è insufficiente l’altezza dell’osso, il problema è verticale.
La rigenerazione verticale è generalmente più complessa perché il nuovo tessuto deve essere ottenuto e mantenuto al di sopra del profilo osseo preesistente.
Le revisioni sistematiche mostrano che diverse tecniche possono produrre aumenti verticali clinicamente significativi, ma anche che i risultati e la frequenza delle complicanze variano in funzione della tecnica utilizzata.
La ricerca di Paolo Trisi sulla rigenerazione ossea verticale
La rigenerazione verticale della cresta alveolare è stata anche oggetto di studi clinici e istologici ai quali ha partecipato Paolo Trisi, insieme a Massimo Simion e ad altri ricercatori.
Nel 1994 Massimo Simion, Paolo Trisi e Adriano Piattelli pubblicarono uno studio sull’aumento verticale della cresta mediante una tecnica con membrana rinforzata in titanio associata a impianti osteointegrati.
Lo studio aveva due obiettivi principali: valutare clinicamente la possibilità di ottenere rigenerazione ossea verticale e analizzare istologicamente l’interfaccia tra impianto in titanio e nuovo osso umano rigenerato.
Nel 1998 Simion, Jovanovic, Trisi, Scarano e Piattelli pubblicarono un ulteriore studio sull’aumento verticale intorno agli impianti mediante membrane rinforzate in titanio, confrontando l’associazione con particelle di osso autologo o con un alloinnesto.
Lo studio comprendeva valutazioni cliniche, istologiche e istomorfometriche e documentò la formazione di osso rigenerato nei siti trattati.
Nel 2006 Luigi Canullo, Paolo Trisi e Massimo Simion pubblicarono inoltre un caso clinico di aumento verticale mediante membrana in e-PTFE rinforzata in titanio associata a minerale osseo bovino deproteinizzato. Al momento del successivo inserimento degli impianti furono prelevati campioni del tessuto rigenerato per l’analisi istologica.
Questi studi fanno parte dell’evoluzione della ricerca sulla Guided Bone Regeneration verticale e hanno contribuito alla documentazione clinica e istologica dei tessuti ottenuti mediante queste procedure.
Innesto osseo e impianti possono essere eseguiti nello stesso intervento?
Dipende dalle caratteristiche del difetto.
Quando l’impianto può essere posizionato nella posizione prevista e ottenere una stabilità adeguata, in alcuni casi è possibile effettuare inserimento implantare e rigenerazione nello stesso intervento.
Quando invece è necessario ricostruire un volume osseo più importante, può essere preferibile una procedura in due fasi:
rigenerazione ossea → periodo di guarigione → inserimento degli impianti
La scelta non dipende soltanto dalle dimensioni del difetto, ma anche dalla possibilità di ottenere stabilità, proteggere il sito e realizzare correttamente il progetto protesico.
Il rialzo del seno mascellare
Nelle zone posteriori del mascellare superiore la disponibilità ossea può essere ridotta anche per la presenza del seno mascellare.
In alcuni pazienti può essere indicata una procedura di aumento del pavimento del seno, comunemente definita rialzo del seno mascellare.
L’obiettivo è creare un volume osseo compatibile con la successiva o contemporanea inserzione degli impianti.
Anche in questo caso esistono tecniche differenti, e la scelta dipende dall’anatomia, dall’altezza dell’osso residuo e dalla pianificazione implantare.
Gli studi di Paolo Trisi sull’osso innestato del seno mascellare
Anche l’osso rigenerato nei seni mascellari è stato oggetto di studi condotti da Paolo Trisi e collaboratori.
Nel 2003 Paolo Trisi, Carlo Marcato e Marzio Todisco studiarono istologicamente il contatto tra osso e impianto in seni mascellari precedentemente sottoposti a innesto, confrontando nello stesso microimpianto una superficie macchinata e una superficie microtesturizzata MTX.
Nel 2006 Paolo Trisi, Alberto Rebaudi, Federica Calvari e Richard J. Lazzara pubblicarono inoltre uno studio su tre seni mascellari innestati con vetro bioattivo associato a osso autologo, con valutazioni istologiche e mediante micro-CT dei campioni prelevati durante la guarigione.
Questi lavori hanno permesso di studiare direttamente la composizione del tessuto rigenerato e il comportamento degli impianti inseriti in siti precedentemente sottoposti a innesto.
L’innesto diventa completamente osso del paziente?
Non necessariamente.
Il comportamento biologico varia in base al materiale utilizzato e al contesto clinico.
Alcuni biomateriali vengono riassorbiti progressivamente; altri possono rimanere per periodi più lunghi sotto forma di particelle integrate nel nuovo tessuto.
Per questo, nelle analisi istologiche di siti rigenerati, è possibile osservare contemporaneamente:
nuovo osso + tessuto midollare o connettivo + eventuali particelle residue del biomateriale.
L’obiettivo clinico non è necessariamente che ogni particella di materiale scompaia, ma ottenere un tessuto e un volume adeguati alla riabilitazione implantare programmata.
Quanto tempo deve guarire un innesto osseo?
Non esiste un unico tempo di guarigione valido per tutte le procedure.
La durata dipende da numerosi fattori:
-
sede anatomica;
-
dimensione e geometria del difetto;
-
tecnica utilizzata;
-
tipo di materiale;
-
quantità di osso residuo;
-
vascolarizzazione;
-
stabilità del sito;
-
eventuale inserimento contemporaneo degli impianti;
-
caratteristiche biologiche individuali.
Per questo il momento appropriato per passare alla fase implantare o protesica deve essere stabilito in relazione al trattamento eseguito.
Quali sono i possibili rischi?
Anche le procedure di rigenerazione ossea sono interventi chirurgici e possono presentare complicanze.
Tra quelle possibili vi sono:
-
gonfiore e dolore postoperatorio;
-
sanguinamento;
-
apertura della ferita;
-
esposizione della membrana;
-
infezione;
-
perdita o riduzione di parte del volume rigenerato;
-
necessità di modificare il piano terapeutico;
-
complicanze del sito donatore quando viene prelevato osso autologo.
Le procedure di aumento verticale presentano una particolare sensibilità alla tecnica e alla gestione dei tessuti molli. Le revisioni della letteratura confermano che l’aumento verticale è possibile con diverse metodiche, ma che le complicanze non sono trascurabili e devono essere considerate nella scelta terapeutica.
È sempre meglio ricostruire tutto l’osso mancante?
Non necessariamente.
L’obiettivo non dovrebbe essere quello di produrre la maggiore quantità possibile di osso, ma di ottenere le condizioni anatomiche e biologiche necessarie per realizzare correttamente la riabilitazione prevista.
In alcuni pazienti la rigenerazione è importante per consentire il corretto posizionamento implantare.
In altri possono essere valutate strategie che permettono di ridurre o evitare procedure rigenerative più estese.
La scelta deve quindi considerare insieme:
anatomia → progetto protesico → posizione degli impianti → invasività → biomeccanica → possibilità di mantenimento nel tempo.
In sintesi
Gli innesti e le tecniche di rigenerazione ossea possono essere utilizzati quando il volume osseo disponibile non è adeguato al progetto implantare.
Possono prevedere l’impiego di osso autologo, alloinnesti, xenoinnesti o biomateriali sintetici, eventualmente associati a membrane e tecniche di Guided Bone Regeneration.
La rigenerazione può essere orizzontale o verticale, eseguita contemporaneamente agli impianti o in una fase precedente.
Non tutti i pazienti con ridotto volume osseo necessitano però dello stesso trattamento. La tecnica deve essere scelta sulla base del difetto specifico, dell’anatomia e soprattutto del progetto protesico.
Riferimenti bibliografici selezionati
1. Simion M, Trisi P, Piattelli A.
Vertical ridge augmentation using a membrane technique associated with osseointegrated implants.
Int J Periodontics Restorative Dent. 1994;14(6):496–511. PMID: 7751115.
2. Simion M, Jovanovic SA, Trisi P, Scarano A, Piattelli A.
Vertical ridge augmentation around dental implants using a membrane technique and autogenous bone or allografts in humans.
Int J Periodontics Restorative Dent. 1998;18(1):8–23. PMID: 9558553.
3. Canullo L, Trisi P, Simion M.
Vertical ridge augmentation around implants using e-PTFE titanium-reinforced membrane and deproteinized bovine bone mineral (Bio-Oss): a case report.
Int J Periodontics Restorative Dent. 2006;26(4):355–361. PMID: 16939017.
4. Trisi P, Marcato C, Todisco M.
Bone-to-implant apposition with machined and MTX microtextured implant surfaces in human sinus grafts.
Int J Periodontics Restorative Dent. 2003;23(5):427–437. PMID: 14620117.
5. Trisi P, Rebaudi A, Calvari F, Lazzara RJ.
Sinus graft with Biogran, autogenous bone, and PRP: a report of three cases with histology and micro-CT.
Int J Periodontics Restorative Dent. 2006;26(2):113–125. PMID: 16642900.
6. Urban IA, Montero E, Monje A, Sanz-Sánchez I.
Effectiveness of vertical ridge augmentation interventions: a systematic review and meta-analysis.
J Clin Periodontol. 2019;46 Suppl 21:319–339. DOI: 10.1111/jcpe.13061. PMID: 30667522.

Foto dello scheletro che mostra le capacità di adattamento dell'osso, in particolare del femore durante uno sforzo di salto
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Che cos'è l’implantologia osseodensificata?
Quando viene preparato il sito destinato a ricevere un impianto, la tecnica tradizionale utilizza frese che rimuovono progressivamente una parte dell’osso per creare l’osteotomia implantare.
L’osseodensificazione nasce invece dal concetto di cercare, in determinate condizioni, di preservare e compattare una maggiore quantità di osso intorno al sito implantare, anziché rimuoverlo esclusivamente con una preparazione sottrattiva.
L’obiettivo è ottenere una preparazione del sito che possa favorire una maggiore densità dell’osso immediatamente circostante e una buona stabilità meccanica iniziale dell’impianto, soprattutto nei siti caratterizzati da osso meno denso.
Non si tratta però di una tecnica necessaria o vantaggiosa in ogni situazione clinica.
Perché la densità dell’osso è importante?
Al momento dell’inserimento, l’impianto deve raggiungere una sufficiente stabilità primaria.
Questa stabilità è inizialmente di tipo meccanico ed è influenzata da diversi fattori, tra cui:
-
quantità e qualità dell’osso;
-
geometria dell’impianto;
-
preparazione del sito implantare;
-
diametro e lunghezza dell’impianto;
-
caratteristiche anatomiche della zona.
Successivamente, durante la guarigione, la stabilità meccanica iniziale viene progressivamente accompagnata dal processo biologico di osteointegrazione.
Per questo stabilità primaria e osteointegrazione sono due concetti collegati, ma non equivalenti.
Come funziona l’osseodensificazione?
Nelle tecniche di osseodensificazione la preparazione dell’osteotomia viene eseguita cercando di compattare l’osso trabecolare verso le pareti del sito implantare.
A seconda del sistema utilizzato, possono essere impiegate frese con geometrie e modalità di rotazione specifiche oppure protocolli di preparazione che riducono la quantità di osso asportato.
Il principio è quindi diverso da una semplice preparazione convenzionale nella quale il tessuto osseo viene progressivamente rimosso.
Negli studi sperimentali l’osseodensificazione è stata associata, in particolare nell’osso a bassa densità, a modificazioni della densità peri-implantare e della stabilità primaria. Tuttavia questi risultati non devono essere interpretati come prova che la tecnica produca automaticamente una maggiore sopravvivenza implantare nel lungo periodo.
La ricerca di Paolo Trisi sull’osseodensificazione
Nel 2016 Paolo Trisi, Marco Berardini, Antonello Falco e Michele Podaliri Vulpiani pubblicarono uno studio sperimentale in vivo dedicato specificamente a una nuova modalità di preparazione implantare finalizzata ad aumentare la densità ossea nei siti caratterizzati da osso poco denso.
Lo studio confrontava una tecnica di osseodensificazione con una preparazione convenzionale, analizzando parametri biomeccanici e istologici.
Gli autori valutarono in particolare la possibilità che la preparazione densificante modificasse la quantità e la distribuzione dell’osso intorno all’impianto e influenzasse la stabilità dell’impianto durante la guarigione.
Questo lavoro è particolarmente pertinente perché collega direttamente tre aspetti fondamentali dell’implantologia:
preparazione del sito → densità ossea peri-implantare → stabilità implantare.
Che cosa significa “osso a bassa densità”?
Non tutto l’osso delle mascelle presenta le stesse caratteristiche.
In alcune aree, soprattutto nel mascellare posteriore, l’osso può avere una componente trabecolare più rappresentata e una corticale relativamente sottile.
In queste condizioni ottenere una stabilità primaria adeguata può essere più complesso rispetto a un sito con osso più compatto.
Sono proprio questi i contesti nei quali le tecniche di osseodensificazione sono state maggiormente studiate.
Osseodensificazione significa comprimere molto l’osso?
Non dovrebbe essere interpretata così.
L’obiettivo non è esercitare la massima compressione possibile.
Anche l’osso è un tessuto biologico e un’eccessiva compressione può essere sfavorevole. La preparazione del sito deve quindi cercare un equilibrio tra stabilità meccanica iniziale e rispetto biologico del tessuto osseo.
La quantità di compressione ottenuta dipende dall’anatomia, dalla densità dell’osso, dalla geometria dell’impianto e dal protocollo utilizzato.
Osseodensificazione e stabilità primaria
Una delle ragioni principali per cui l’osseodensificazione viene studiata è la possibilità di aumentare la stabilità primaria dell’impianto.
Diversi studi sperimentali e clinici hanno riportato valori di torque di inserimento o di stabilità implantare superiori rispetto alla preparazione convenzionale in alcune condizioni.
Le evidenze più recenti, tuttavia, invitano a distinguere il miglioramento di alcuni parametri biomeccanici iniziali da un reale vantaggio clinico a lungo termine.
Le revisioni disponibili non dimostrano ancora in modo definitivo che l’osseodensificazione determini una maggiore sopravvivenza implantare o migliori risultati ossei nel lungo periodo rispetto alle tecniche convenzionali.
Osseodensificazione e carico immediato
Una buona stabilità primaria è uno degli elementi che vengono considerati quando si valuta la possibilità di applicare un carico immediato.
Questo non significa però che l’uso dell’osseodensificazione renda automaticamente possibile applicare denti fissi subito.
La decisione dipende anche da:
numero e distribuzione degli impianti, progetto protesico, condizioni anatomiche, occlusione e caratteristiche generali del paziente.
La tecnica chirurgica rappresenta quindi solo una parte della valutazione.
È possibile utilizzare l’osseodensificazione per espandere una cresta stretta?
In determinate condizioni la preparazione densificante può produrre anche una certa espansione laterale del sito osseo.
Questo principio è stato studiato soprattutto in creste con caratteristiche anatomiche compatibili con una deformazione controllata dell’osso.
Non significa però che l’osseodensificazione possa sostituire qualsiasi procedura di rigenerazione ossea.
Una cresta fortemente atrofica o con morfologia sfavorevole può richiedere strategie chirurgiche differenti.
Osseodensificazione e rialzo del seno mascellare
Alcuni protocolli di osseodensificazione sono stati utilizzati anche nel settore posteriore del mascellare superiore per ottenere una preparazione implantare associata a una elevazione controllata del pavimento del seno in casi selezionati.
Anche in questo caso indicazione e sicurezza dipendono dall’anatomia e dall’altezza dell’osso residuo e non possono essere generalizzate a tutti i pazienti. Le revisioni descrivono questa tra le possibili applicazioni della tecnica, insieme ai siti caratterizzati da ridotta densità ossea.
L’osseodensificazione è migliore della tecnica tradizionale?
Non esiste una risposta valida per tutti i casi.
Le evidenze disponibili suggeriscono che l’osseodensificazione possa essere utile soprattutto in alcune condizioni di bassa densità ossea e possa modificare favorevolmente determinati parametri di stabilità primaria.
Tuttavia, le revisioni più recenti sottolineano che non è ancora dimostrata una superiorità clinica generale nel lungo periodo rispetto alla preparazione convenzionale.
La scelta della tecnica deve quindi essere effettuata in base all’anatomia, alla densità dell’osso, al tipo di impianto e al progetto protesico.
In sintesi
L’osseodensificazione è una modalità di preparazione del sito implantare che mira a preservare e compattare l’osso intorno all’osteotomia, con particolare interesse nei siti caratterizzati da osso a bassa densità.
Può contribuire ad aumentare alcuni parametri di stabilità iniziale, ma non rappresenta una tecnica universalmente superiore né garantisce da sola l’osteointegrazione o il successo a lungo termine.
Riferimenti bibliografici selezionati
1. Trisi P, Berardini M, Falco A, Podaliri Vulpiani M.
New Osseodensification Implant Site Preparation Method to Increase Bone Density in Low-Density Bone: In Vivo Evaluation in Sheep.
Implant Dent. 2016;25(1):24–31. DOI: 10.1097/ID.0000000000000358. PMID: 26584202.
2. Elsayyad AA, Osman RB.
Osseodensification in Implant Dentistry: A Critical Review of the Literature.
Implant Dent. 2019. DOI: 10.1097/ID.0000000000000884. La revisione evidenziava il potenziale della tecnica ma anche la necessità di interpretare prudentemente le evidenze allora disponibili.
3. Pereira JF, et al.
Osseodensification: An Alternative to Conventional Osteotomy in Implant Site Preparation: A Systematic Review.
J Clin Med. 2023;12:7046.
4. Osseodensification versus conventional drilling in dental implantology: an umbrella review of systematic reviews and meta-analyses.
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A cosa serve la
OSSEODENSIFICAZIONE?
L’osseodensificazione viene utilizzata soprattutto quando si desidera preservare e compattare l’osso durante la preparazione del sito implantare, invece di rimuoverlo esclusivamente con una tecnica sottrattiva convenzionale.
L’interesse principale riguarda i siti nei quali l’osso presenta una densità relativamente bassa e nei quali può essere più difficile ottenere una buona stabilità primaria dell’impianto.
Gli studi sperimentali, compreso quello pubblicato da Paolo Trisi e collaboratori, hanno mostrato che in osso a bassa densità questa preparazione può aumentare il volume osseo attorno all’impianto e migliorare alcuni parametri biomeccanici rispetto alla preparazione convenzionale.
1. Migliorare la stabilità primaria in osso poco denso
Uno degli obiettivi principali è ottenere una stabilità meccanica iniziale adeguata.
Quando l’osso è poco denso, l’impianto può incontrare una minore resistenza durante l’inserimento. La preparazione densificante cerca di compattare parte dell’osso trabecolare verso le pareti dell’osteotomia, aumentando localmente la quantità di tessuto a contatto con l’impianto.
Questo può tradursi, in determinate condizioni, in valori maggiori di stabilità primaria rispetto alla preparazione convenzionale. Gli studi clinici e sperimentali disponibili sono incoraggianti, ma non dimostrano che questo vantaggio si traduca automaticamente in una migliore prognosi a lungo termine.
2. Preservare maggiormente l’osso durante la preparazione
Nella preparazione implantare tradizionale una parte dell’osso viene rimossa progressivamente con le frese.
L’osseodensificazione segue un principio differente: una parte del tessuto osseo viene ridistribuita e compattata lungo le pareti del sito.
Per questo viene descritta come una tecnica meno sottrattiva.
Il vantaggio potenziale è particolarmente interessante quando il volume disponibile è limitato e si desidera conservare il più possibile il tessuto presente.
3. Aumentare localmente la densità ossea intorno all’impianto
Nel lavoro sperimentale pubblicato nel 2016 da Trisi, Berardini, Falco e Podaliri Vulpiani, l’osseodensificazione è stata confrontata con la preparazione convenzionale in osso a bassa densità.
Dopo due mesi, il gruppo trattato con osseodensificazione mostrava un aumento significativo del volume osseo percentuale intorno agli impianti, insieme a migliori parametri di resistenza alla rimozione e minore micromovimento sotto carico laterale.
4. Gestire alcune creste ossee relativamente strette
In alcune situazioni l’osseodensificazione può determinare una espansione controllata della cresta mentre viene preparato il sito implantare.
Questo può essere utile in creste che presentano caratteristiche anatomiche compatibili con una deformazione controllata dell’osso.
Non significa però che possa sostituire qualsiasi procedura di rigenerazione.
Quando la cresta presenta un deficit importante, un difetto verticale o una morfologia sfavorevole, può essere necessario ricorrere a tecniche differenti.
5. Può aiutare nelle zone posteriori del mascellare superiore
Il settore posteriore del mascellare presenta spesso un osso relativamente poco denso.
È quindi una delle aree nelle quali il principio dell’osseodensificazione può risultare particolarmente interessante.
In casi selezionati alcuni protocolli vengono utilizzati anche in prossimità del pavimento del seno mascellare, con l’obiettivo di ottenere una preparazione conservativa del sito e, in determinate condizioni anatomiche, una modesta elevazione del pavimento sinusale.
Anche questa applicazione richiede una corretta diagnosi radiologica e non è indicata indistintamente in tutti i casi. Le revisioni della letteratura descrivono sia l’impiego nell’osso a bassa densità sia applicazioni in creste strette e nel mascellare posteriore, evidenziando però che le prove cliniche sono ancora eterogenee.
6. È utile per il carico immediato?
Può essere utile indirettamente.
Per valutare un carico immediato è importante ottenere una stabilità primaria adeguata. Se l’osseodensificazione migliora la stabilità iniziale in un determinato sito, questo elemento può entrare nella valutazione complessiva.
Ma non significa:
osseodensificazione = carico immediato.
La decisione dipende anche da numero e distribuzione degli impianti, biomeccanica, tipo di protesi, occlusione e condizioni cliniche del paziente.
7. Può evitare un innesto osseo?
In alcuni casi può contribuire a gestire un volume osseo limitato senza ricorrere a procedure più estese.
Ma sarebbe scorretto affermare che l’osseodensificazione “evita gli innesti”.
La possibilità di utilizzarla dipende dalla quantità di osso presente e soprattutto dal tipo di difetto.
Una ridotta densità ossea è un problema diverso da una vera carenza di volume osseo.
L’osseodensificazione può modificare localmente la densità e, in alcuni casi, la larghezza della cresta, ma non può creare arbitrariamente osso dove manca.
Quando può essere particolarmente interessante?
L’osseodensificazione può quindi essere presa in considerazione soprattutto quando sono presenti:
osso a bassa densità → necessità di migliorare la stabilità primaria → creste selezionate relativamente strette → necessità di preservare il tessuto osseo disponibile.
Non dovrebbe invece essere considerata una procedura standard da utilizzare automaticamente in ogni impianto.
La ricerca di Paolo Trisi
Uno dei primi studi sperimentali dedicati specificamente all’osseodensificazione è stato pubblicato nel 2016 da Paolo Trisi, Marco Berardini, Antonello Falco e Michele Podaliri Vulpiani.
Lo studio aveva come obiettivo valutare una nuova tecnica di preparazione del sito implantare finalizzata ad aumentare densità ossea, larghezza della cresta e stabilità dell’impianto in osso a bassa densità.
Questo lavoro è particolarmente rilevante per comprendere il principio dell’osseodensificazione perché analizzava direttamente parametri istologici e biomeccanici, anziché limitarsi alla sola osservazione clinica.
In sintesi
L’osseodensificazione serve principalmente a cercare di ottenere una preparazione implantare più conservativa e densificante, soprattutto nei siti caratterizzati da osso poco denso.
Può essere utile per migliorare alcuni parametri di stabilità primaria, preservare una maggiore quantità di osso e, in casi selezionati, favorire una modesta espansione della cresta.
Non è però una tecnica necessaria per tutti e non sostituisce automaticamente gli innesti ossei, non garantisce il carico immediato e non rende migliore qualunque trattamento implantare.
Riferimento bibliografico principale
Trisi P, Berardini M, Falco A, Podaliri Vulpiani M.
New Osseodensification Implant Site Preparation Method to Increase Bone Density in Low-Density Bone: In Vivo Evaluation in Sheep.
Implant Dent. 2016;25(1):24–31. DOI: 10.1097/ID.0000000000000358. PMID: 26584202.

Spaccato di mandibola che evidenzia la differenza fra le diverse qualità ossee.

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Che cos'è l'implantologia
Drilless?
Nella tecnica implantare convenzionale, il sito destinato a ricevere l’impianto viene generalmente preparato mediante una sequenza di frese di diametro progressivamente crescente.
Il concetto drill-less nasce da un approccio differente: cercare di ridurre in modo molto marcato, o in specifiche condizioni evitare, la preparazione preventiva dell’osso con le tradizionali sequenze di frese, affidando parte della preparazione del sito alla geometria stessa dell’impianto.
L’obiettivo non è semplicemente quello di “non usare le frese”, ma di studiare se sia possibile preservare una maggiore quantità di osso, ridurre la preparazione sottrattiva e ottenere contemporaneamente un’adeguata stabilità primaria.
Dalla preparazione convenzionale alla tecnica single-drill
Un passaggio importante nello sviluppo di questo concetto è stato lo studio pubblicato nel 2020 da Paolo Trisi, Antonello Falco e Marco Berardini.
Gli autori valutarono sperimentalmente un impianto conico autofilettante inserito in osso trabecolare utilizzando soltanto una fresa pilota di 1,8 mm, invece della tradizionale sequenza di frese necessaria per preparare completamente il sito implantare.
Per essere scientificamente precisi, questa tecnica deve essere definita single-drill, perché una preparazione pilota dell’osso era comunque presente.
Rappresentava però un passaggio verso il concetto di preparazione implantare estremamente ridotta.
La ricerca di Paolo Trisi sulla preparazione ridotta del sito
Lo studio del 2020 aveva l’obiettivo di verificare se una preparazione molto semplificata del sito associata a un particolare impianto conico potesse preservare maggiormente il volume osseo e influenzare favorevolmente la risposta dell’osso durante la guarigione.
Nel modello sperimentale furono inseriti impianti Expander 3,8 × 10 mm utilizzando nel gruppo test soltanto la fresa pilota da 1,8 mm. Gli autori analizzarono successivamente la risposta biologica e istologica dell’osso intorno agli impianti.
Il lavoro descrisse un fenomeno di corticalizzazione dell’osso peri-implantare durante la guarigione, da cui il titolo della pubblicazione.
È importante sottolineare che si trattava di uno studio pilota in vivo su modello animale. I risultati sono quindi rilevanti per lo studio dei meccanismi biologici e biomeccanici, ma non devono essere interpretati come dimostrazione che la tecnica produca automaticamente risultati clinici superiori nell’uomo.
Dal single-drill al concetto drill-less
Il passo successivo consiste nel progettare un impianto capace di partecipare direttamente alla creazione del proprio sito.
In un successivo sviluppo brevettuale che riporta Paolo Trisi come inventore, è descritto un impianto concepito per poter essere avvitato direttamente nell’osso senza una precedente perforazione convenzionale. La geometria comprende caratteristiche autoforanti e autofilettanti destinate a permettere all’impianto di penetrare progressivamente nell’osso durante la rotazione.
La forma conica è inoltre progettata affinché, durante l’avanzamento, il sito venga progressivamente ampliato con una contemporanea compattazione dell’osso circostante. In presenza di una corticale particolarmente resistente, la stessa documentazione tecnica prevede comunque la possibilità di realizzare un piccolo foro iniziale di guida.
Questo è il concetto che può essere definito più propriamente drill-less.
Perché ridurre l’uso delle frese?
La preparazione mediante frese è una tecnica consolidata e non deve essere considerata di per sé negativa.
L’interesse scientifico per una preparazione ridotta deriva invece dalla possibilità, in determinate condizioni, di:
-
preservare una maggiore quantità dell’osso presente;
-
ridurre la quantità di tessuto rimosso durante la preparazione;
-
sfruttare la geometria implantare per ottenere stabilità primaria;
-
compattare localmente osso trabecolare relativamente poco denso;
-
semplificare alcuni passaggi della preparazione chirurgica.
Questi potenziali vantaggi devono comunque essere valutati nel contesto anatomico e biologico del singolo caso.
Drill-less e osseodensificazione sono la stessa cosa?
No.
È importante distinguere le due tecniche.
Nell’osseodensificazione, il sito viene comunque preparato utilizzando strumenti rotanti specifici che hanno l’obiettivo di compattare e ridistribuire parte dell’osso lungo le pareti dell’osteotomia.
Nel concetto drill-less, invece, si cerca di ridurre ulteriormente o evitare la preparazione convenzionale del sito sfruttando direttamente la macrogeometria dell’impianto, che partecipa alla penetrazione, all’espansione e alla preparazione dell’osso.
Entrambi gli approcci condividono l’interesse per la preservazione dell’osso e la stabilità primaria, ma utilizzano meccanismi differenti.
Perché la geometria dell’impianto è importante?
Quando viene ridotta la preparazione preventiva dell’osso, la forma dell’impianto assume un ruolo ancora più importante.
Conicità, profondità e disegno delle spire, capacità autofilettante e caratteristiche della porzione apicale determinano il modo in cui l’impianto interagisce meccanicamente con il tessuto.
Gli studi precedenti di Paolo Trisi e collaboratori hanno mostrato come anche la geometria delle spire implantari possa influenzare parametri quali stabilità, densità dell’osso peri-implantare e contatto osso-impianto.
Drill-less significa chirurgia senza trauma?
No.
“Drill-less” non significa assenza di chirurgia, assenza di trauma o trattamento senza rischi.
L’inserimento di un impianto resta una procedura chirurgica e produce comunque un’interazione meccanica con il tessuto osseo.
L’obiettivo è semmai studiare una modalità diversa di preparazione, potenzialmente più conservativa in casi selezionati.
Non sarebbe quindi corretto utilizzare il termine drill-less per promettere un intervento “non invasivo” o “indolore”.
È una tecnica utilizzabile in tutti i tipi di osso?
No.
L’anatomia e la densità dell’osso sono fondamentali.
Un osso trabecolare relativamente poco denso si comporta in maniera diversa da una corticale molto spessa e compatta. Proprio per questo anche il sistema descritto nel brevetto contempla la possibilità di una minima preparazione iniziale quando la corticale non consente la penetrazione diretta.
La tecnica deve quindi essere adattata alle caratteristiche del sito e non applicata automaticamente a ogni paziente.
Drill-less e stabilità primaria
Uno degli aspetti centrali è la stabilità primaria.
Riducendo il diametro dell'osteotomia rispetto al diametro finale dell’impianto, o facendo in modo che sia l’impianto stesso ad ampliare progressivamente il sito, può aumentare l’interazione meccanica tra impianto e osso.
Ma anche in questo caso “maggiore stabilità” non significa automaticamente “migliore risultato”.
Una compressione eccessiva dell’osso può essere biologicamente sfavorevole. L’obiettivo deve essere trovare un equilibrio tra stabilità meccanica iniziale e rispetto della vitalità del tessuto osseo.
La tecnica drill-less evita gli innesti ossei?
Non necessariamente.
Come abbiamo visto per l’osseodensificazione, occorre distinguere tra densità dell’osso e quantità di osso disponibile.
Una tecnica capace di espandere o compattare localmente l’osso può essere utile in alcuni siti, ma non può sostituire automaticamente una procedura rigenerativa quando esiste un vero deficit anatomico importante.
La decisione dipende sempre dal progetto implantare e protesico.
La tecnica drill-less è migliore dell’implantologia convenzionale?
Al momento non sarebbe scientificamente corretto affermarlo in termini generali.
Il lavoro del 2020 fornisce interessanti dati sperimentali sulla preparazione single-drill e sulla risposta dell’osso, mentre gli sviluppi successivi descrivono soluzioni implantari progettate per ridurre ulteriormente o eliminare la preparazione preventiva. Tuttavia servono evidenze cliniche adeguate prima di poter affermare una superiorità generale rispetto ai protocolli convenzionali.
La domanda corretta non è quindi:
“Drill-less è meglio?”
ma:
“In quali condizioni una preparazione ridotta del sito può offrire un vantaggio biologico o biomeccanico?”
In sintesi
L’implantologia drill-less rappresenta l’evoluzione di un concetto di preparazione sempre più conservativa del sito implantare.
La ricerca è passata dalla riduzione della sequenza di fresaggio a protocolli single-drill fino allo sviluppo di geometrie implantari pensate per partecipare direttamente alla preparazione e all’espansione del sito osseo.
Il possibile interesse riguarda soprattutto preservazione dell’osso, stabilità primaria e riduzione della preparazione sottrattiva, ma l’indicazione deve essere stabilita in funzione dell’anatomia e della qualità dell’osso.
Non è una tecnica universale e non deve essere presentata come una procedura priva di chirurgia o come garanzia di un risultato migliore.
Riferimenti bibliografici e documentali
Trisi P, Falco A, Berardini M. Single-drill implant induces bone corticalization during submerged healing: an in vivo pilot study. International Journal of Implant Dentistry. 2020;6:2. DOI: 10.1186/s40729-019-0198-y. PMID: 31938897.
Trisi P, Berardini M, Falco A, Podaliri Vulpiani M. Effect of Implant Thread Geometry on Secondary Stability, Bone Density, and Bone-to-Implant Contact: A Biomechanical and Histological Analysis. Implant Dent. 2015;24(4):384–391. DOI: 10.1097/ID.0000000000000269. PMID: 25939083.
Trisi P – Inventore. A dental implant implantable without a previous perforation of bone. La famiglia brevettuale descrive un impianto autoforante/autofilettante progettato per l'inserimento senza la tradizionale perforazione preventiva; la documentazione europea riporta la concessione EP4243724B1 nel 2025.
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Una guida informativa basata su esperienza clinica e ricerca scientifica
Questa guida all’implantologia dentale è stata curata e revisionata dal Dott. Paolo Trisi, DDS, PhD.
Paolo Trisi svolge attività clinica e di ricerca in implantologia, con particolare interesse per osteointegrazione, stabilità implantare, biologia e densità ossea, superfici implantari, rigenerazione ossea, osseodensificazione e biomeccanica degli impianti.
Numerosi argomenti affrontati in questa pagina derivano da temi studiati direttamente nel corso della sua attività scientifica e documentati nella letteratura internazionale. Quando possibile, nei singoli capitoli sono stati riportati riferimenti bibliografici per permettere al lettore di approfondire le fonti scientifiche.
L’obiettivo di questa pagina non è proporre una tecnica uguale per tutti, ma aiutare il paziente a comprendere come funziona l’implantologia, quali possibilità esistono, quali sono i limiti e perché la diagnosi individuale viene prima della scelta del trattamento.
Le informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono una visita odontoiatrica, la valutazione della documentazione radiologica o un piano di trattamento personalizzato.
Autore e revisione scientifica
Paolo Trisi, DDS, PhD
Odontoiatra, implantologo e ricercatore.
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Ortodontista e dentista Pediatrica
Irene Agrestini
La dott. Irene cura i bimbi da oltre 30 anni con amore e simpatia. Dalla cura dei denti da latte, alla sigillatura dei denti permanenti, fino all'ortodonzia, i bimbi sono il suo mondo, e lei per loro... E' un amore reciproco.

Chirurgo Implantologo
Parodontologo
Dentista Estetico
Paolo Trisi
Il dott. Trisi si occupa di implantologia dal 1988. I suoi studi e le sue ricerche con oltre 150 lavori scientifici pubblicati su riviste mediche specializzate internazionali e che gli sono valsi inviti come relatore a congressi nazionali ed interazionali in tutto il mondo.

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La mia esperienza con il dott. Trisi è stata fantastica lui non è un medico dentista ma un artista della bocca mi ha praticato un impianto senza dolore senza bisturi senza punti come non se non lo avessi fatto. Sono felice di aver trovato lui, dopo un'estenuante ricerca sono stata ricompensata
M. Gulisano
Professionali e competenti. Ambiente accogliente e pulito.
La dottoressa e il dottor Trisi mi seguono da quando ero piccola, dagli apparecchi alle operazioni chirurgiche fino all'igiene.
Claudia D.
Ho fatto un lavoro ai miei denti in passato . Ero in condizioni che nessuno voleva assumersi responsabilità del lavoro molto conplesso..avendo poco osso e gengive molto alte x via di errori causato da denti rimessi male da altri. Il Dottor Trisi...mi ha ridotto le gengive ha fatto impianti..rifatto anche delle faccette. Lavoro lungo delicato e complesso.....dopo 2 anni di lavoro minuzioso mi ha ridato il sorriso...Oltre alla sua grande Bravura.. Professionalità...è un uomo calmo che ti mette al propio agio e devo dire anche una mano delicata....in questi 2 anni ho capito davvero che bella persona è!!!!...non finirò mai di ringraziarlo....x di più anche onesto nei prezzi...vi faccio vedere...
Tiziana M.

